Dries Mertens avrebbe dato cento euro a ogni senzatetto che ha incontrato: una scena che in città ha circolato come un’immagine bella e semplice, ma che merita di essere letta al di là del sorriso e del like. Quel gesto, raccontato alla voce bassa dei vicoli e commentato nei bar, non è soltanto pietas istantanea; è capitale sociale, un deposito di fiducia e reputazione che Napoli può — e deve — imparare a valorizzare.
La parola “capitale sociale” suona tecnica, ma qui si traduce in qualcosa di pratico: la credibilità che un campione costruisce con la sua coerenza e la sua presenza pubblica può diventare leva per iniziative collettive. Quando un calciatore noto mette in campo il suo riconoscimento pubblico per aiutare chi è in difficoltà, quel gesto aumenta la fiducia tra cittadini e istituzioni informali — tifosi, associazioni, negozianti, il mondo del volontariato — e crea una base sulla quale costruire interventi più ampi e duraturi.
Noi a Napoli sappiamo quanto valga il simbolo. Ma i simboli diventano efficaci se seguiti da organizzazione: il club potrebbe facilitare contatti con realtà del terzo settore, sostenere campagne di raccolta mirate nelle giornate di partita, o favorire l’accesso a servizi che non umiliano chi riceve aiuto. I giocatori, da parte loro, non devono trasformarsi in benefattori occasionali ma in testimoni coordinati: la visibilità è utile se connessa a progetti che rispettino dignità e privacy.
Serve attenzione però a non ridurre tutto a show. La carità istantanea risolve un momento ma non mette in moto percorsi di inclusione. La vera scommessa è integrare la spontaneità in percorsi che prevedano aiuto sociale professionale: dai dormitori alle mense, dai percorsi di reinserimento al supporto sanitario. Così quel denaro diventa apertura, non cura tampone, e il gesto del giocatore non resta un fatto isolato ma diventa stimolo per politiche concrete.
La città ha sempre saputo intrecciare passione sportiva e impegno civile. Se provassimo a incanalare quel calore in strutture sostenibili — con la collaborazione dei tifosi, delle istituzioni e delle realtà associative — la generosità di un campione si trasformerà in patrimonio collettivo. E allora il rapporto tra squadra e città non sarà ricucito da un gesto solo, ma rinsaldato da pratiche condivise che raccontano chi siamo veramente.
Quel gesto di Mertens resta piccolo e grande insieme: personale nella sua immediatezza, pubblico per ciò che significa. Sta a noi trasformarlo in qualcosa di più lungo: non un episodio da ricordare, ma l’inizio di una politica sociale che abbia il calcio come alleato, non solo come palcoscenico.
